martedì 13 maggio 2008

Destini e destinazioni

Dice: quasi quasi ci faccio un laboratorio su come si diventa di destra. Ormai l'operazione sdoganamento è scattata, si impollina un po' dove capita, un po' per scherzo, ma il dubbio si instilla. L'invenzione della tradizione, quella è roba che mai mi sognerei. Eppure. Eppure capita che una tipica - diciamo ontologica - capacità di rappresentare (nel senso della rappresentazione) attraverso "grandi narrazioni" la realtà e il suo cambiamento oggi non corrisponda ad una capacità di rappresentare (nel senso della rappresentanza. Allora il dubbio: soluzioni di sistema e complesse per problemi ipercomplesse, ammesso che questa (la complessità) sia effettivamente un retaggio "di sinistra", come si fa a implementarle? Per F alla fine è difficile: l'Italia è di destra. Non oggi: "è" di destra. E allora scopri che a Siena ci si interroga su come far ripartire un settore che qui ancora non è in crisi, ma sta per. Cos'è l'immagine di un territorio? Come la si vende? Intanto bisogna conoscerla, per dire, e che Chianciano oggi pianga sull'orlo di una crisi senza ritorno del suo "distretto termale" la dice lunga su come questa capacità di autorappresentarsi ed essere rappresentate i territori non l'abbiano (più). Se tutto si gioca sul web, come sembra suggerire Buhalis, che spazio c'è per chi si affida alla brochure? La Provincia ci prova, e il buffet è ricco per tutti. Meno male che vogliono abolirle.

venerdì 9 maggio 2008

Novità

La campagna elettorale è stata segnata dalla retorica del “nuovo” come elemento in grado di attribuire vantaggio ai competitori in gara. Introdotta dalla “novità” del partito frutto della fusione (Partito Democratico), salutato come provvidenziale in quanto propulsore di semplificazione politica, la retorica del nuovo ha dilagato successivamente intaccando i discorsi e i programmi di ogni parte. Una retorica, questa, non estranea da un certo “neogiovanilismo” di maniera, del tutto incoerente rispetto a quanto riscontrabile nella realtà sociale ed economica del Paese. Oggi vediamo che questo magma retorico arriva a sfondare nella composizione stessa dell’esecutivo, nel quale fanno bella mostra di sé quattro trentenni alla guida – in due casi – di Dicasteri di primissima importanza. Una scena che, oltre a dare adito ad ogni tipo di dietrologia possibile in merito alla manovrabilità di questi giovani, non sarebbe strano definire grottesca se non nascondesse una strategia di consensus builing

Obtorto (proto)collo

Il varo del nuovo governo è stata l’occasione per Silvio Berlusconi per ribadire – e consentire al meccanismo di produzione esegetica della sua attività di sottolinearlo e di produrne un’eco adeguata – il carattere innovativo del suo stile di azione. Innovazione che, in questo caso, ha intaccato addirittura il protocollo. Ciò che a livello formale è disciplinato da un riferimento stringato nella Carta costituzionale (Art. 92 “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”), nella pratica prevede una procedura articolata e cadenzata da una serie di atti di “galateo istituzionale”; uno di questi prevede che il Presidente “accetti con riserva” prima di giurare “nelle mani” del Capo dello Stato. Accettando immediatamente l’incarico, per la formazione di un Governo in tempi brevissimi dalla chiusura delle urne elettorali che lo hanno visto trionfare, Berlusconi ha incassato il plauso unanime di quanti si attendono dall’esecutivo una capacità di pragmatismo, di “fare”, di andare oltre una certa politica chiacchierona di cui in molti hanno ampiamente piene le tasche. Un plauso a scatola chiusa, per un’inezia, ma che proprio per questo dà la misura di come l’atteggiamento “innovativo” da solo non basti per essere premiante e determinare la costruzione del consenso.